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Sud Sudan, se la missione di pace vale zero

Dopo il Rwanda e Srebrenica, il Sud Sudan. Stragi di profughi e stupri di cooperanti, con i caschi blu che restano a guardare. Quello dell’11 luglio, cinque anni dopo l’indipendenza dal Sudan islamista, è stato un episodio tra tanti. Un centinaio di soldati fanno irruzione al Terrain Hotel. Non un posto qualsiasi ma l’albergo delle ong straniere nel cuore della capitale Juba, ad appena un chilometro da una base dei peacekeeper della missione delle Nazioni Unite “Unmiss”.

Sparano alla testa a un giornalista, di etnia Nuer come il capo ribelle Riek Machar. Poi sequestrano i volontari e le cooperanti, ghignando quando si sentono rispondere “siamo americane”.

Le vittime racconteranno che chiamate e sms ai comandi Onu vanno a vuoto per ore. La risposta internazionale? La promessa di altri 4000 caschi blu, chiamati dal Consiglio di sicurezza a coadiuvare 12.500 peacekeeper, molti dei quali dispiegati già prima del referendum per l’autodeterminazione e dell’indipendenza sostenuta dagli Stati Uniti.

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