La difficile sfida di una difesa comune

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Dobbiamo proteggere meglio le frontiere europee e condividere di più le informazioni di intelligence. Vogliamo anche maggior coordinamento, più mezzi e più risorse nel settore della difesa» europea. Il varo di un concreto strumento militare dell’Unione doveva essere uno dei punti chiave del summit di Ventotene ma, come è già accaduto in altri vertici europei, su questo tema non si è andati oltre le frasi di circostanza.

Eppure oggi l’Europa avrebbe qualche opportunità di archiviare l’umiliante adagio che la vuole «gigante economico, nano politico e verme militare» coniato nel 1991 dall’allora ministro degli Esteri belga, Mark Eyskens. L’occasione è una delle conseguenze potenzialmente positive di Brexit, dal momento che Londra ha sempre concepito la difesa continentale come esclusiva della Nato, opponendosi alla nascita di uno strumento militare dell’Unione impiegabile per intervenire almeno nelle crisi nel giardino di casa. Gli ostacoli posti da Londra sono stati anche un alibi, ora venuto meno, per giustificare il permanere della condizione di “verme”.

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