Io soldato e gli amici imboscati. Quell’utilissima perdita di tempo

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Dodicesimo 77. A mio figlio queste cifre non dicono nulla. Per noi, figli del baby boom, lo scaglione di arruolamento è un marchio che, nel bene e nel male, non si dimentica: come tutte le cesure, le svolte, i riti di iniziazione.

Ogni volta che – come oggi – si torna a parlare di leva obbligatoria, ogni volta che – come oggi – il politico di turno fa subito retromarcia parziale o integrale, come se avesse detto una bestemmia o una asineria, quel marchio inevitabilmente torna alla memoria, e pone domande non scontate: soprattutto, credo, alla mia generazione, quella per cui la naja aveva già smesso di essere un obbligo assoluto essendo già stata inventata la scappatoia dell’obiezione di coscienza, grazie alla quale compagni di liceo amanti della spranga e della molotov si riscoprirono, al momento della chiamata, un’indole pacifista.

Per cui via, tutti imboscati, in qualche anagrafe o qualche crocerossa: ma almeno anche loro, a differenza di oggi, costretti a lasciare la cuccia materna per un po’ di mesi.

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