Carabiniere ucciso, la tragica bugia del figlio del killer che ha portato all’omicidio

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Roberto Vignozzi, l’ex postino settantaduenne che ha freddato il maresciallo Antonio Taibi la mattina del 27 gennaio, aveva sposato in pieno quello che gli aveva raccontato il figlio Riccardo, quando è finito in carcere la prima volta: le cinquecento pasticche di ecstasy che il ragazzo getta nell’auto di un cliente gliele avevano date gli inquirenti per incastrare un altro soggetto su cui stavano indagando da tempo. Un tranello che, secondo Vignozzi, il sottufficiale ammazzato davanti a casa sua aveva ordito nei confronti del suo ragazzo. Da lì Riccardo era precipitato in una spirale fatta di droga e delinquenza. Non trovando più un lavoro e collezionando condanne su condanne.

Trascinando con sé anche il fratello più piccolo Alessandro (condannato a un anno il giorno prima dell’omicidio) e di fatto il resto della famiglia. Un’assurdità per gli inquirenti che sembra nascere da una follia che però non si riscontra nei fatti, dato che l’anziano ha ucciso con freddezza e soprattutto programmando tutti i passi seguenti: dalla sua fuga (con tranquillità, come hanno descritto i testimoni) alla resa in procura, davanti a quel cancelliere che conosceva perché gli firmava i permessi per andare a trovare Riccardo in carcere e al quale aveva raccontato le sue tribolazioni.

La bugia di Riccardo. Roberto Vignozzi si è fidato di quello che gli aveva raccontato il suo Riccardo. Ma è stato ingannato da una bugia che gli atti smascherano senza se e senza ma. Riccardo viene fermato e trovato con della droga addosso il 14 novembre del 2007. Taibi e un suo collega effettuano una perquisizione in casa e sul poggiolo della camera da letto del ragazzo, nascosti in un calzino messo a stendere, trovano 24 grammi di hashish. Scatta la denuncia a piede libero perché il giovane è incensurato. Riccardo ai suoi parenti promette di rigare dritto, i genitori gli perdonano l’errore imputandolo ai suoi 24 anni e alle cattive compagnie. Passa un mese e lui che fa?

Ci ricasca. Stavolta le forze dell’ordine lo sorprendono mentre butta dentro l’auto di un cliente un involucro con 500 pasticche di ecstasy. Scattano le manette e soprattutto c’è il carcere. Se ne farà un anno (in secondo grado invece la pena per quell’episodio è di tre anni) e durante quei mesi, quando papà Roberto va a trovarlo, gli dice che è stato ingannato dai carabinieri, che gli avevano chiesto di cedere quella droga a una persona che volevano incastrare. E lui si era fidato.

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La verità degli atti. Gli atti sconfessano quanto detto da Roberto, però. Il ragazzo dopo la prima denuncia non viene invitato a collaborare ma – come si dice in gergo – “attenzionato”. Il suo telefono viene messo sotto controllo. Perché? Perché oltre all’hashish aveva in tasca una pasticca di ecstasy, identica a quelle che da un po’ di tempo avevano iniziato a circolare a Carrara. E l’intuizione degli inquirenti è esatta, tanto che ci sono paginate di intercettazioni – chiamate e sms – che raccontano di una compravendita. Fatte dalla polizia e non dai carabinieri. E Riccardo è referente assolutamente fidato, non un novellino. Uno che non ha mai spacciato pasticche, come fa ad averne tutto d’un botto un quantitativo così elevato? E trovare un compratore immediatamente?

La premeditazione. Nonostante l’evidenza degli atti l’ex postino se ne fa una malattia di quello che considera un tradimento da parte delle forze dell’ordine. E nel 2008 viene a sapere dove abita quel maresciallo, studiandone i movimenti. Ed è lì che scopre che di mattina è più vulnerabile, perché è disarmato e perché non c’è nessuno che può difenderlo. Agisce con freddezza, tanto da fare a pugni con un movente che più che assurdo è folle. Invece il settanduenne è stato lucido, raccontando agli inquirenti per filo e per segno quello che ha fatto la mattina del 27 gennaio.

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