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Altro che proteggere la diga, gli italiani in Iraq sono in guerra

Venerdì il Consiglio dei Ministri si appresta a sancire una decisione già presa dal governo senza alcun coinvolgimento del Parlamento: l’invio di 450 militari italiani in Iraq a protezione del cantiere della ditta Trevi di Cesena, che ieri ha formalmente vinto l’appalto iracheno per l’intervento urgente di restauro della diga di Mosul.

Il governo iracheno ha ricevuto dalla Banca Mondiale 200 milioni di dollari per pagare i lavori, e con questo prestito gli Usa sono riusciti a zittire le proteste di Baghdad in merito alla presenza militare italiana nei confini iracheni in un luogo così strategico. Solo i politici iracheni che vedrebbero meglio un presidio iraniano nell’area oseranno protestare.

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Ma c’è chi chiede che siano truppe irachene a proteggere il territorio e la popolazione, come le associazioni della “Save the Tigris Campaign” che auspicano un intervento urgente sulla diga ma denunciano come il governo iracheno non abbia messo le proprie informazioni a disposizione degli ingegneri e delle ditte irachene, e non abbia chiesto alle truppe irachene un impegno a difendere tecnici e operatori che lì lavoreranno.

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