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«Io, militare stuprato a Cecchignola La mia vita segnata, rinasco ora»

La camerata di un grande edificio dell’Esercito alla Cecchignola. Lui nudo, sanguinante. Il maresciallo P. che lo copriva con la giacca. I compagni che lo strappavano dalla branda sghignazzando. Il locale lavanderia immerso nel buio. Il terrore negli occhi. Lo spasso dei depravati. Il dolore da svenire, al risveglio. Il capitano A. che gli gridava in faccia di mentire. Il ricovero in infermeria e poi all’ospedale del Celio. La rabbia impotente, la vergogna…

Affiorano come flash disordinati, frenetici, nella sua memoria di cinquantenne ormai uscito da oltre trent’anni di elaborazione del trauma, le immagini che gli hanno segnato la vita. L.D., classe 1964, assessore di un Comune in provincia di Torino, ha deciso di uscire allo scoperto e raccontare la sua personale tragedia.

Una storia che getta una luce sinistra su un posto mitico (e talvolta feroce) per tanti romani che vi sono passati: la Città militare della Cecchignola. Non ancora maggiorenne, in un tempo ormai sgranato, L.D. subì la violenza indicibile di uno stupro di gruppo.

Correva l’anno 1982, quello della vittoria dell’Italia ai Mondiali e del ritrovamento del cadavere del banchiere Calvi sotto il ponte dei Frati Neri. Lui, invece, era una “spina”, l’ultimo arrivato.

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